L’Inferno caduto in Terra, ossia Come il bullismo può distruggere una psiche fragile

 

#Voce alle vittime

 

Quella che segue è la testimonianza di una mia carissima giovanissima amica nonché concittadina, Valentina. Mi fa tanto, tanto piacere ospitarla nel mio blog in cui parlo di bullismo e di mobbing. Le sue parole così chiare, semplici, dirette e davvero schiette potranno servire a molti, per capire, per riflettere.

Grazie Valentina: sei una persona straordinaria.

Francis

bullismo inferno

Mi chiamo Valentina, ho diciannove anni e sono stata vittima di bullismo quando ne avevo tredici di anni.
Premetto che, in vita mia, non sono mai stata accettata e trattata come una persona normale dai miei coetanei, ma in terza media ho vissuto l’Inferno caduto in Terra.

Ero una ragazzina timida e silenziosa: non mi piaceva ribattere quando qualcuno faceva una battuta su di me: tacevo e fingevo di riderne insieme agli altri. In realtà non mi piaceva essere presa di mira.
Nel 2011 -anno in cui frequentavo la terza media- le cose cambiarono: da semplici battute sputate fuori con estrema malizia, le parole dei miei coetanei diventarono vere e proprie verità per me.
Specialmente quelle di due mie coetanee.
Era come se fossero le uniche bocche dalle quali usciva la verità, quella che mi riguardava, e le ascoltavo con estrema apprensione.
Ogni loro giudizio era definitivo per me.
Ogni loro parola strappava un altro pezzo del mio cuore e lacerava insidiosamente la mia fragile psiche.
Questi esseri – che per me non sono neanche umani, ma semplici amebe che vivono per osmosi – erano due ragazzine della mia stessa età, che frequentavano la mia stessa classe.
I loro insulti iniziarono proprio con l’inizio del terzo anno di scuola media e si protrassero fino alla fine di quei giorni, anche e soprattutto perché io glielo permisi.

Il primo giorno di scuola, in terza media, mi sentivo invincibile: in quei mesi avevo fatto una dieta ferrea ed ero dimagrita abbastanza da potermi considerare normale, come le mie compagne. Avevo comprato il diario che andava di moda, anche se non mi piaceva; insomma, pensavo di essere finalmente una ragazza qualunque, che sarebbe passata inosservata e avrebbe finito la scuola media con successo e senza intoppi.
Fui accolta, al principio del nuovo anno scolastico, con i peggiori commenti che potevo ascoltare mai pronunciati da un essere umano.
«Che hai fatto?» «La dieta?» «Pensi di essere diventata bella cosi?» e la stessa ragazza che le pronunciava era in sovrappeso e aveva una espressione da disgustosa vacca ruminante.
Io ero piccola e fragile: queste frasi fecero crollare tutto il mio mondo, e capii che, anche se ero dimagrita, non ero diventata automaticamente normale, come le altre.
Da quel giorno tornai a mangiare senza controllarmi e iniziai a sopportare frasi cattive di questo genere tutti i santi giorni.
Queste due ragazze si stabilirono nei due banchi davanti al mio e, pochi giorni dopo l’inizio dell’anno, una delle mie migliori amiche smise di frequentare le lezioni.
L’altra cambiò posto per mettersi più vicino alla sua nuova migliore amica e io, presto, rimasi sola, in mezzo a quattro banchi e a quelle due che c’è l’avevano a morte con me.
Cosi ebbe inizio il vero e proprio calvario.
Dalla mia entrata in classe fino alla mia uscita ero completamente sotto la tortura di queste due aguzzine personali.
Una, particolarmente, buttava fuori veleno contro di me; l’altra, la sua migliore amica, la seguiva come un cagnolino in ogni impresa questa iniziasse.
Non mi lasciavano mai un attimo per respirare: ogni cambio d’ora, ogni intervallo, ogni momento era buono per torturarmi.
I loro sguardi disgustati, le loro frasi schifate, mi facevano sentire completamente sbagliata.
“Che cosa esisto a fare?” mi dicevo. “Sono un errore. Sono sbagliata. Faccio schifo…”
Non dissi nulla a mia madre, ai miei genitori, perché sapevo come avrebbero reagito.
In passato era già accaduto che delle bambine, durante la scuola elementare, mi vessassero; allora mia madre era andata a scuola a riempirle di insulti, mettendomi cosi ancora più a disagio e facendomi subire, in seguito, anche le frecciatine della maestra sull’accaduto.
Non solo ero la vittima ma diventavo anche la figlia di una donna stupida e incontrollabile. Fango su fango: insopportabile per una bambina di nove anni.
Perciò, per non rivivere scene simili, pensai che era meglio non parlarne a casa: era meglio subire. tanto me lo meritavo. Dopo anni di insulti, ormai, avevo capito di meritarmeli.
Ogni giorno la tortura continuava: era sempre la stessa cantilena: non avevano neanche tanta fantasia nella loro malignità.
Avevano solo una tremenda costanza, che penso non avranno più trovato in nessuna altra loro impresa in vita loro.
Io ero il loro giocattolino preferito su cui riversare frustrazioni e rabbia: io non ero un essere umano con dei sentimenti per loro: ero semplicemente un oggetto su cui sfogarsi.
Alla stregua di una violenza sessuale le loro parole mi hanno umiliata, offesa e fatta sentire come spogliata di fronte al resto del mondo.
Ero sola di fronte alle mie aguzzine, ogni giorno di scuola.

«Lo sai che fai schifo?» mi dicevano. «Perchè porti sempre gli stessi vestiti?». Io mi guardavo e pensavo che quella maglietta l’avevo messa quella mattina; pensavo che non capivo niente, che forse avevano ragione loro e che l’avevo messa anche il giorno prima.
«Non ti lavi mai: puzzi! Dovresti buttarti in una vasca d’acido per pulirti» diceva la ragazzina piena di lentiggini con la faccia da vacca ruminante, e nel dirlo ridacchiava con la sua compare che ribatteva «Se si buttasse in una vasca piena d’acido morirebbe, che poi è l’unica cosa che si merita».  Allora la vacca rideva di rimando ed io piegavo la testa sul banco, immaginando di sparire in quell’istante, per sempre.

«Che modello è il tuo cellulare?» mi chiese un giorno nell’aula di informatica la ragazzina con la faccia da vacca: io, allora, con un gesto automatico, estrassi il telefonino dalla tasca.
Avevo un telefono apri e chiudi, di quelli vecchio modello.
A me non piacevano i telefonini, e non volevo far spendere a mio padre dei soldi per queste cose futili.
«Allora?» mi rimbeccò quella ficcando il naso puzzolente sotto la mia faccia.
Io ero più alta di lei all’epoca.
Guardai il telefonino: c’era solo la scritta del marchio.
Feci, allora, il nome del marchio.
«No, io ho chiesto che modello è: sei mica stupida che non sai che modello è il tuo telefono?» chiese quella squadrandomi con gli occhi rabbiosi: sembrava un bulldog pronto a saltarmi addosso e uccidermi.
«Non…non lo so…che ne so?» balbettai io impreparata.
Che modello era il mio telefono? Ma non aveva un modello particolare: era solo un giocattolo apri e chiudi, da usare per le emergenze.
Non era come i loro telefoni di ultima generazione.
«Ma sei proprio scema allora?» fu il commento della mia aguzzina. «Vabbè che sei una poveraccia: guarda che è sto telefono di merda! Non hai i soldi per comprarti un telefono normale tu!» Poi mi spinse e se ne andò.
Io ripresi fiato: per il momento ero salva. Per il momento.

Non eravamo nemmeno a Marzo che già mi sentivo fisicamente e psicologicamente stanchissima di andare a scuola.
Era finita un’altra giornata terribile, quando la ragazza con la faccia da vacca mi si avvicinò.
Io sedevo all’ultimo banco per stare il più nascosta possibile al mondo che iniziavo ad odiare totalmente. Quando si avvicinarono, lei e la sua amica, mi misero all’angolo, in un attimo, senza che nemmeno me ne accorgessi.
Qualche altro compagno era ancora in classe: si voltò e guardò la scena, senza alzare un dito.
La ragazza mi disse: «Pensi di andare a casa e postare le solite foto stupide su Facebook?».
«Che vuoi?» chiesi con un filo di voce.
Che fine aveva fatto la mia voce in quei terribili giorni?
Era sparita, si era eclissata per prima.
«Quelle stupide foto delle tue stupide tartarughe!» gridò lei.
Quel giorno era arrabbiata nera: io ero il suo bersaglio e lei era la mia freccetta. E faceva tanto male.
Per lei era tutto stupido, ogni cosa che mi riguardava, anche quelle povere tartarughine di cui mi occupavo da tanti anni. Loro, le tartarughine, erano la mia unica consolazione, la mia unica ragione di vita da quando era iniziato questo calvario.
Perché non posso nemmeno postare le foto delle mie tartarughe? Mica metto foto mie: ho capito che sono brutta e faccio schifo e non devo mettere mie foto, ma le tartarughe che centrano?
«Hai capito, cessa?» mi ripeté a muso duro. «Chi pensi di essere che pubblichi foto su Facebook? Non sei nessuno! Non devi farlo più, altrimenti ti uccido, hai capito?».
Sei alta due spanne meno di me, come potresti uccidermi?
Eppure nella mia testa si fece strada la possibilità che questa nana malefica potesse uccidermi davvero.
«Non lo faccio più» mormorai io.
«Non farlo mai più, cessa! Cosi impari» disse e mi sputò in faccia.
Chiusi gli occhi e iniziai a piangere: sperai di non esistere più,
Scomparve tutto intorno a me: se ne andarono tutti e rimasi sola in classe.
Ho sbagliato. Ho sbagliato tutto.
Mi accasciai contro il muro e piansi.
Dopo un tempo infinito apparve una mano tesa verso di me: la strinsi e mi alzai in piedi.
Ho perso la dignità quel giorno, tutta in una volta, tutta insieme.

Da quel giorno ho iniziato a camminare a testa bassa: non c’era niente che mi interessasse nel mondo da vedere.
Da quel giorno ho iniziato a saltare la scuola di nascosto, perché non potevo più sopportare quell’Inferno.
Mio padre mi accompagnava tranquillamente davanti a scuola con l’auto: io scendevo e fingevo, poggiandolo sul muretto vicino al cancello, di prendere una cosa dallo zaino.
Poi quando, l’auto spariva, mi rimettevo lo zaino in spalla e iniziavo a vagare per ore nel quartiere, in attesa dell’ora di tornare a casa.
Piangevo seduta sulle panchine: mi sentivo molto in colpa per le bugie che raccontavo ai miei genitori.
Camminavo in stato quasi confusionale: la gente mi osservava con uno sguardo strano. Iniziavo a vedere il mondo in modo diverso da prima.

Alla fine, a Maggio, dissi tutto a mia madre.
Ma ormai era troppo tardi: io ero già oltre la linea di un possibile ritorno ad essere una ragazzina normale e felice.
Mia madre, come al solito, per difendermi, andò a scuola e insultò tutti.
Quella volta, però, non venni vessata ulteriormente, ma nessuno mi parlò più.
Le ultime settimane della terza media le passai a casa, nel letto: non parlai non nessuno, divenni muta e non mangiai più.
Poi, per un miracolo divino, venni ammessa agli esami di terza media. Mi diedi una svegliata e mi preparai in fretta e furia. Ormai ero convinta che non mi avrebbero ammesso, con tutte quelle assenze.
Uscii dalla scuola media con la media del sette, accompagnata dagli ultimi commenti sgradevoli dei compagni: «Pure con sette è stata promossa?» «Non lo meritava, scusa: non è venuta mai a scuola!».
È forse era vero: non meritavo nemmeno quel sette, perché avevo fatto tante assenze; però mi ero impegnata e c’è l’avevo fatta; quindi quel voto non me lo può più togliere nessuno.

Dopo questa brutta esperienza il mio modo di comportarmi con gli altri è cambiato radicalmente e durevolmente.
Dopo alcuni anni ho scoperto di soffrire di un disturbo psichico che, secondo i medici, è sempre esistito dentro di me, ma si è manifestato a causa di queste vessazioni.
Se la ragazza con la faccia da vacca non fosse mai esistita nella mia vita forse la mia psiche ce l’avrebbe fatta a sopravvivere.

Ecco cosa può fare il bullismo.
Può distruggere una persona già debole di per sé.
Perciò se state vivendo un incubo del genere non fatevi scrupoli e ditelo a qualcuno.
Ditelo ai vostri familiari oppure ditelo ad un insegnante. Sicuramente parlare è la soluzione migliore.
E se, come me, avete dei genitori impulsivi, cercate di far loro capire che per risolvere il vostro problema devono avere pazienza: devono essere riflessivi e non usare toni aggressivi, perché questo fa soltanto peggiorare la situazione.
Ma parlatene con calma: esponete i vostri problemi alle persone di cui vi fidate e che vi vogliono bene.
Perché, ragazzi e ragazze, qualcuno che vi vuole bene c’è, c’è sempre, statene certi.
Non dovete credere a ciò che vi dicono o vi fanno questi bulli: dovete imparare a dare il giusto peso alle loro parole, e cioè zero.
Le loro parole non hanno peso perché sono persone problematiche, che non vogliono bene né a voi né a loro stessi. E voi dovete ascoltare le parole di chi vi vuole bene, di chi ci tiene a voi.
Ricordate che la cosa più grande che Dio ci ha donato è il libero arbitrio: perciò potete decidere voi qual è la verità e quale la menzogna.
Davvero credete che ciò che vi dicono queste persone sia la verità assoluta? Ricordate che loro non sono Dio!

Stay strong!

 

 

 

 

 

 

 

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7 thoughts on “L’Inferno caduto in Terra, ossia Come il bullismo può distruggere una psiche fragile

  1. Pingback: Mi presento – Does anybody care about bullying and mobbing?

  2. Pingback: Mi presento | Malintenzionati

  3. Racconto davvero molto toccante. Anche per me il bullismo ha influito molto nella mia vita, iniziando purtroppo dall’asilo fino alla seconda elementare, dove però era di “basso livello”. Ma è dalla terza elementare fino al diploma che sono iniziati i veri problemi. Purtroppo il bullismo non ti si scrolla di dosso e te lo porti con te tutta la vita. Anche nel mondo del lavoro il bullismo, o mobbing, mi ha spesso fatto compagnia, ma dopo anni di vessazioni è difficile reagire.

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